Nota biografica

Credits: D. Cerrato, Grupo de Investigación Escritoras y Escrituras, Università di Siviglia (Revista semestral del Grupo de Investigación de la Junta de Andalucía y de la Universidad de Sevilla ESCRITORAS Y ESCRITURAS Plan andaluz de Investigación HUM 753 • Directora: Mercedes Arriaga Flórez)

Bartolomea Mattugliani (o Mattuiani) nacque e visse sul finire del Trecento a Bologna, che era all'epoca l' ambiente culturale ideale per l’emergere di una personalità come quella di Bartolomea, in quanto sede della prima Università europea, fondata nel XII Secolo.
Particolari sulla biografia di Bartolomea Mattugliani si possono rintracciare nell' Almanacco statistico di Bologna e negli Annali della città di Bologna. In uno dei capitoli dell’Almanacco Statistico Bolognese, del 1838, dedicato alle donne gentili, si racconta di come quattro giovani bolognesi, che si sono recati presso le Terme di Porretta, in provincia di Bologna, stiano disquisendo sulla questione se in una donna sia preferibile la bellezza fisica o morale. Alla discussione assiste anche un bolognese (di cui l’almanacco non rivela il nome), noto per la sua cultura e saggezza, che interpellato sulla questione, inizia il racconto che viene riportato con il titolo de "Le belle Matuiane".
A Bologna, all’inizio del Quattrocento, spiccano per bellezza le quattro donne della famiglia dei Matuiani: Braida, moglie di Filippo di Pietro, le sue due figlie Diletta e Mina e Bartolomea moglie di Michele, il fratello di Filippo. Da subito Mattugliani ci viene presentata come donna dalla grande cultura, in grado di competere e superare tutte le donne della sua epoca ed anche molti uomini: "Differivano tra loro in questo, chè nelle tre prime la somma bellezza la grazia tutta la galanteria di società eran del pari, e a dir vero anche da un po’ di civettismo accompagnate, laddove nell’altra quantunque un po’ inferiore in bellezza, però in saviezza, gentilezza, in coltura di spirito, non solo a quelle, ma a qualunque donna, ed a gran parte di uomini era superiore" (Alm., 1838: 145).
Bartolomea era legata al Bentivoglio, signore di Bologna, da parentela e da una profonda amicizia con sua moglie Elisabetta e sua figlia Giovanna. Ad Elisabetta di Cino Sampieri, autrice dell’opera "De claris legum interpretibus", la legava anche l’amore per le lettere, tanto che Elisabetta spesso affida la figlia alla sua compagnia: "Bartolomea era alla moglie e figlia unita col dolcissimo nodo di verace amicizia nata da reciprocità di stima, pel coltivamento d’ogni virtù e pari amore verso le lettere che in esse era; la qual cosa fece ancora che Elisabetta, quando occasione presentavasi, a niun altra fuor du Bartolomea fosse pur anche parente od amica consegnava la cara figlia, come a questa niun’altra compagnia era più gradita" (Alm., 1838: 145-146). Giovanna Bentivoglio Malvezzi è descritta nel dizionario delle scrittrici di Maria Bandini Buti come "studiosa particolarmente del Petrarca e di Dante e acquistò benemerenze presso i contemporanei col farsi promotrice di questi studi" (Bandini Buti, 1941: 84). Nella formazione culturale e nella scelta delle letture di Giovanna, sembra, dunque, ritrovarsi l’influenza di Bartolomea, che per tutta la vita avrebbe rappresentato una figura di riferimento per Giovanna.
Alle prime tre Mattuiani vennero dedicate molte poesie e componimenti che ne lodavano il volto, il canto, e la leggiadria nel danzare e per loro molti cavalieri si sfidarono e morirono in duello, mentre "di Bartolomea nulla più della somma saviezza e altezza di mente celebravasi che a niun corteggiatore lasciava speranze benchè la più innocente di corrispondenza galante" (Alm., 1838: 147).
Tra gli ambasciatori che spesso si recavano a Bologna, vi era anche Carlo Cavalcabò, nipote di Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Carlo, amante della poesia, si era avvicinato con il tempo a Giovanni Bentivoglio e spesso veniva invitato ad eventi conviviali. In uno di questi incontri, Carlo fu colpito dal poetare di Bartolomea sul tema della vera gloria e della pace, "adoperando una voce la più insinuante, soavemente modulata, e a quando a quando rinforzata così di robustamente portar all’animo le più sublimi el vero allorch’era d’uopo: e sì grande sensazione fu quella sensazione, che non essendogli più dato di allontanarla dalla mente, conobbe esser preso per lei d’amore" (Alm., 1838: 148).
Il giorno successivo Bartolomea lo premiò quando vinse una giostra di cavalieri e gli parlò in maniera gentile e sublime. Carlo diede così inizio a un "assiduo corteggiamento, quantunque riservatissimo", tanto che durante gli spettacoli pubblici le Carrette di Giovanna Bentivogli e di Bartolomea erano sempre circondate dagli amici e dagli scudieri e servi di Cavalcabò. Sempre il saggio bolognese racconta ai quattro giovani come, in una occasione, prima di una delle tante giostre, dal momento che alle Dame spettava il compito di presentare i nuovi Cavalieri, Bartolomea prese la parola.
Bartolomea nel modo il più grazioso e nel tempo stesso fervido disse alcuni bei versi pei quali ammonivagli essere le punte degli uni destinate non soltanto a punger i cavalli, ma benanco a ricordare ai guerrieri l’attività tanto necessaria nelle militari imprese, e come il valore l’onore ed il vero soli devon spingerli a belle azioni; e che gli altri oltre l’utilità nel combattere, avean l’emblematica espressione della fede, della manuntezion di parola: nella seconda ebbe saggio dela gentilezza e sensibilità di lei, allorchè non potendo sopportare la vista dell’atroce soffrire al quale il misero condannato al combattimento della gata era forzato, partissene dallo spettacolo unitamente all’amica, con savie parole facendo poi accorto chi le attorniava non essere quelle scene degne della vista di popolo civilizzato e cristiano (Alm., 1838: 153-4).
Nei mesi successivi Carlo dovette ritornare a Cremona e anche Bartolomea fu costretta ad allontanarsi per qualche periodo da Bologna, in seguito alle sfortune che colpirono Giovanni Bentivoglio che venne sconfitto ed ucciso. Successivamente, Bartolomea fece ritorno a Bologna, dove condusse vita ritirata, "formando la delizia del caro sposo, di pochi scelti amici, e della sua famiglia, la quale perciò nella città veniva delle più esemplari riputata" (Alm., 1838: 155). Le sue nipoti, Diletta e Nina, invece, continuarono a condurre vita mondana e forse, per questioni di gelosie o vendette, vennero uccise in circostanze misteriose vicino al santuario della madonna del Monte, presso il tempio detto di Mezzaratta. Intanto Carlo era diventato signore di Cremona e fu in questo periodo che sembra scrisse una lettera a Bartolomea, dove enumerava le sue qualità fisiche e morali e le dichiarava il suo amore, tramite un testo costruito attraverso la ripetizione e l’estendersi del motivo della preghiera d’amore.
Cavalcabò insiste nel lodare la figura di Bartolomea, non solo per il suo aspetto e la sua bellezza, ma sottolineandone le qualità morali e al suo stile ed eleganza. Non mancano i riferimenti classici, come quello alla bellezza di Elena, o alla’amore sofferto da Didone. Al testo di Cavalcabò, anche Bartolomea rispose con una epistola in rima, dove dopo aver tessuto le lodi del marchese, ne rifiuta le profferte amorose. Con la citazione dei versi di Bartolomea si conclude il racconto del saggio bolognese e i quattro giovani sono concordi nell’affermare che "poca cosa è bellezza in Donna, se a coltura d’animo ed a saviezza non è congiunta" (Alm., 1838: 168).
Quale fu la reazione di Cavalcabò alla risposta della Mattugliani non è dato saperlo. Sappiamo, però, che da lì a poco sarebbe stato ucciso a tradimento nel castello di Maccastorna, il 24 luglio del 1406, da Cabrino Fondulo, nobile cremonese, che per lungo tempo era stato al servizio dei Cavalcabò, famiglia che nei secoli XIV e XIV dominò Verona.
Anche nel caso di Bartolomea, come per altre poetesse del Trecento, il suo nome è associato a quello di un uomo, di cui la Mattugliani è l’oggetto del poema dedicatorio. La grande novità sta nella risposta che lei offre, dal momento che attraverso le sue parole e il suo florido argomentare, rifugge dal ruolo di semplice interlocutrice, per presentarsi come voce propria, dimostrandosi soggetto autonomo.
Anche sul rapporto che intercorreva tra la Mattugliani e Cavalcabò, si possono solo azzardare delle ipotesi. Alcuni, come il Frati, parlano di un amore ricambiato, ipotesi che altri come, Sara Josepha Buell Hale (1854) negano con decisione, scegliendo di credere ad una Bartolomea casta e fedele, come si professa nella sua epistola di risposta. In realtà se l’ipotesi di una storia d’amore tra la Mattugliani e Cavalcabò può apparire priva di fondamento, contemporaneamente sostenere la fedeltà di Bartolomea, basandosi sul suo testo non è plausibile, dal momento che non è questo certamente l’obiettivo della sua lettera in versi. Allo stesso modo, anche se non ci sono elementi in grado di dimostrarlo, si può pensare che le due lettere giunteci, costituissero solo una parte di un carteggio più esteso.

Epistola

Inclito, glorioso e chiaro duce,
Carlo Cavalcabue vero marchese
Di Viadana, in cui gran fama luce.
Magnanimo, benigno, alto e cortese,
Di Cremona dignissimo signore,
Antiquo honor di Lombardo paese.
Bartholomea cum reverente honore
A te s’ aricomanda, a te salute
Manda, qual si convien al tuo valore.
Io ho nelle mie man le carte havute,
Piene delle gran laude che me dai:
Mai non digne a me, ma per toa gran vertute
Hor volesse altissimo e perfecto
D’ ogni cosa factor(e) eh’ io fusse tale
Qual il disio al tuo merto ha concetto.
Ma pur quanto ‘1 poter mio pichol vale
Comendarò le toe vertù ornate
Non simil al tuo stil eh’ à si grand’ ale.
Ch’ io non potre’ volar se non m’ aitate
Alto quanto conviensi, o dolce Orpheo,
gran Caliope, hor su levate
Lo ‘ngegno mio, Minerva, o sacro deo
Apollo, per quel don che ricevesti
Nei biondi crini al gran fiumme Peneo
Né fuor ci’ onesto amor mai Citharea
Non punse il cuor col vago strai de 1’ oro ;
Ma Diana tenuta ho per mia dea.
Questa tengh’ io per mio sacro thesoro,
E nella tela mia, non come Aragne,
Con seta spesso e dillecto lavoro.
L’ op[e]re gloriose, adorne e magne
De Lucretia famosa, il cui morire
E vita a chi di tal morte non piagne [...]
Legho de Eurithia regina amacene
De Nicostrata poi dieta Carmente
Che alle sette latine die’ rasone
L’alta Panthasilea sempre è presente
Agli occhii mei, e nel cuor sigilla
L’opre facte da lei famosamente.
Dhe volsi anchor la regina Camilla.
Veggio che per Italia tanto fé’
Che soa fama anchor nel mondo stilla.
Quella famosa e gran Penelope,
Stata gran tempo in aspectar Ulisse
Che mille volte soa tela disfé.
Speochiomi in quella che se tanto misse
In perilglo a passar la gran fortuna
Tilerino il secrieto a’ soi redisse.
Dico de l’alta Cornelia Rhomana,
Vergene gloriosa in opre tali
Qual d’ huom virile in ogni mente humana.
Claudia delle vergine vestali
Leghò nel cuor gustando gran letitia
Et Martia di Maron fra quelle tali.
Trovo di Fioco la savia Supplitia,
Piena d’ ogni valore e cortesia,
Ch’ ognora alla vertù il cuor me initia
Al mio longho sermon priegho perdona,
Che per grande affliction qui lusinghando
Tirato m’ ha et toa fama eh’ or sona.
Tua son, mia honestà conservando,
Come di ver dongiel, marchese e ducha
Del popul tuo, il qual te racomando.
Si che toa fama dopo te reluca
Con tenace memoria et non se snervi,
Finché l’alto motor luce qui luca,
Il quale io priegho il tuo valor conservi.

Edizioni:

1. Mattugliani, Bartolomea, Risposta a Carlo Cavalcabò scritta in terza rima, Parma: Alberti Pazzoni e Pauli Montii, 1702-1705) in Arisi, Francesco, 1657-1743, Cremona literata, seu in Cremonenses doctrinis, & literariis dignitatibus eminentiores chronologicae adnotationes auctore Francisco Arisio 
2. Eadem,
Risposta a Carlo Cavalcabò scritta in terza rima (Roma: Antonio de' Rossi, 1702-1711) in Crescimbeni, Giovanni Mario, 1663-1728, Comentarj di Gio. Mario de' Crescimbeni collega dell'imperiale Accademia Leopoldina
3. Mattugliani, Bartolomea, 1385-?; Bergalli Gozzi, Luisa, 1703-1779, ed., Risposta a Carlo Cavalcabò scritta in terza rima (Venezia: Antonio Mora, 1726) in Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d'ogni secolo, pt. 1, p. 7-15. 

Articoli di critica

Cerrato, D. (2015). Bartolomea Mattugliani: “Tua son, mia honestà conservando”. Revista Internacional de Culturas & Literaturas, 1, 33-36
https://idus.us.es/xmlui/handle/11441/65562

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